Educare ad essere - Le radici e le ali

Buongiorno a tutti voi! 

Eccomi con un nuovo contributo sulla linea d'onda del precedente. Infatti si tratta di un altro articolo richiestomi un paio di anni fa per il Giornale di Psicologia e di Educazione Prenatale come quello pubblicato nel blog settimana scorsa. Il tema della rivista era "Educare ad essere": tema originale e di non facile approccio perché è molto più facile educare ad essere "qualcuno o qualcosa" piuttosto che educare "ad essere" e basta.
Mi auguro che l'articolo che di seguito vi copio e incollo possa interessarvi ed esservi utile. 

PS: L'articolo - per come lo inserisco qui - è in chiave divulgativa; mancano le note a piè di pagina, l'abstract, la bibliografia. Nei giorni scorsi ho ricevuto via mail una richiesta "tecnica" da una laureanda in Psicologia, il che mi fa capire che il Blog è visitato da genitori ma non solo. Se qualcuno desiderasse approfondimenti più tecnici e meno divulgativi non ha che da chiedere e vedrò come poter rispondere e aiutare.

Buona lettura,
Maria Beatrice



"I genitori
possono donare ai figli
solamente due cose:
le radici e le ali"

(Proverbio del Quebec)




L'ulivo bonsai
La settimana scorsa ci siamo decisi a consultare un vivaista per l'evidente stato di sofferenza in cui si trovava il nostro piccolo ulivo, una pianta molto piccola, regalataci quasi tre anni fa in occasione della nascita di nostro figlio. Quando glielo abbiamo portato, la prima cosa che il vivaista ha detto è stata: "Ma che vaso grande per un ulivo così piccolo!".
Ed in effetti aveva ragione, ma non avevamo altri vasi a disposizione ai tempi e, soprattutto, non sapevamo la cosa più importante e cioè che l'ulivo regalatoci era in realtà un ulivo bonsai.
In poche parole, non lo conoscevamo e, quindi, non sapevamo nemmeno riconoscere i suoi bisogni e le sue necessità. Ancor più illuminante del commento iniziale è stata l'azione "diagnostica" operata dal vivaista: per prima cosa ha "svasato" l'ulivo per capire come si era sviluppato l'impianto radicale ed ha constatato che, in assenza di un contenitore adatto, le radici della pianta si erano sviluppate in modo disordinato, alcune restando in superficie, altre allungandosi oltremisura, altre ancora scendendo in profondità.
La cosa stupefacente è che, stando a quanto ci disse il vivaista, era chiaro che le radici fossero così, bastava osservare come si era sviluppata la chioma della pianta, egualmente disordinata e disarmonica. L'azione "terapeutica" è stata drastica: l'ulivo è stato sfrondato, i rami sono stati tutti tagliati, l'impianto radicale riorganizzato, il terreno in parte cambiato e concimato, il fondo del vaso reso drenante. Insomma: se guardo adesso il piccolo ulivo, sembra sopravvissuto ad un'esperienza traumatica eppure, a dire il vero, sembra anche pieno di una nuova, silenziosa e nascosta potenzialità di vita.


Educazione inconsapevole
Ciò che è accaduto al piccolo ulivo bonsai può capitare similmente anche ad un bambino. La relazione educativa genitori-figlio è asimmetrica, perchè all'interno del sistema costituito dalla triade madre-padre-bambino vi sono elementi di "peso" diverso a livello esperienziale, di ruolo, di possibilità ideativa e di azione; esattamente come accade nella relazione di "cura" che si può verificare nei confronti di una giovane pianta, ove è facile identificare qualcuno che sceglie e decide (la persona) e qualcun altro che si adegua alle scelte fatte e alle decisioni prese (la pianta).
L'esempio è didattico all'ennesima potenza, dato che esaspera l'impossibilità di azione del polo "pianta" che non ha alcuna possibilità di opposizione di fronte alle decisioni prese dal polo "persona" ma, lungi dall'essere esempio irrispettoso o non calzante, mette in luce con forza il potenziale punto debole del sistema stesso che è la non conoscenza. È possibile educare in modo inconsapevole un bambino nè più nè meno di quanto sarebbe possibile coltivare in modo inconsapevole un piccolo alberello, senza cioè avere cognizione di quali siano i suoi bisogni, le sue caratteristiche, le sue reali necessità. Si può parlare, in questo caso, di "educazione inconsapevole" e le sue molte declinazioni possibili derivano dalla comune matrice dell'ignorare.
Esistono almeno due tipologie di “educazione inconsapevole”: il primo riguarda tutte quelle azioni educative messe in atto senza conoscere bene il bambino; il secondo riguarda invece quelle azioni che non sappiamo essere educative ma che si rivelano tali con il tempo e con il feedback fornito dal bambino (la locuzione inglese “accidental parenting” rende bene l’idea). È evidente che entrambi i tipi di educazione inconsapevole possono determinare scenari evolutivi non lineari ma piuttosto contorti, caotici, dispersivi. Proprio come un impianto radicale che non trova guida alcuna in un contenitore inadatto e che produce, con l’andare del tempo, una chioma disordinata e disarmonica.
In una relazione educativa asimmetrica e delicata quale è quella adulto-bambino, per scongiurare lo scenario dell’educazione inconsapevole, è quindi necessario che uno dei due (l'adulto) si faccia carico della fatica di entrare in sintonia con l'altro (il bambino), mettendo le proprie risorse a disposizione della relazione educativa in modo che questa possa divenire cornice facilitante di evoluzione e di sviluppo personale per tutti i soggetti coinvolti. Una posizione relazionale di questo tipo presuppone una consapevole e responsabile spinta educativa, avente come fine della "care" la realizzazione delle potenzialità evolutive del bambino in quanto persona unica ed irripetibile, con un suo “progetto di vita” da attuare.


Osservare per conoscere
Per dare invece vita ad un processo di educazione consapevole (“aware parenting”) è necessario che chi vuole educare, genitore o educatore che sia, si metta in paziente ascolto ed osservazione del bambino di cui si vuole prendere cura. L’osservazione è un comportamento specifico di attenzione ad un particolare fenomeno, situazione o evento. Si distingue dal semplice “guardare” poiché si tratta di uno sguardo mirato, non generico, che tende a mettere a fuoco ciò che l’osservatore ritiene più significativo e rilevante in relazione ai suoi interessi e alle sue motivazioni. Per osservare un bambino bisogna essere consapevoli del fatto che il bambino è una persona unica ed irripetibile e che, in quanto tale, può rivelare gli aspetti più profondi di sé solamente se lo approcciamo con rispetto e con riguardo.
La posizione di chi osserva non è facile né immediata e richiede buona consapevolezza di sé, dato che il principale strumento di osservazione è proprio l'osservatore. Per non cadere nell'errore di confondere i meccanismi osservativi con quelli di inferenza, di giudizio e di proiezione di sé, l'osservatore deve porre particolare attenzione ai propri pensieri e stati d'animo, deve conoscersi per distinguere tra ciò che proviene dall'esterno e ciò che proviene dall'interno di sé. Un buon osservatore, quindi, deve esserlo prima di tutto in riferimento a se stesso.
Cosa è possibile cogliere di un bambino attraverso l'osservazione? Di certo è possibile cogliere elementi relativi al suo temperamento, alle sue preferenze, alle sue attitudini, ai suoi punti di forza e/o a quelli più deboli, all'intensità e alla rapidità delle sue reazioni, alle sue richieste più frequenti, al modo in cui si consola con più facilità e molto altro ancora. D’altronde la letteratura di settore indica come l’osservazione sia “uno dei metodi più raffinati per quanto riguarda lo studio della prima infanzia sotto il profilo metodologico”. Con un bambino appena nato sarà ovviamente possibile osservare i tratti relativi al temperamento, con un bambino di tre anni potremo osservare un carattere in formazione già ben abbozzato e, ovviamente, con il trascorrere del tempo osservare sarà sempre meno semplice perché più la realtà che si osserva è complessa e meno è facile osservarla correttamente.
E con un feto? È possibile osservare? E se sì, cosa può divenire oggetto di osservazione? È ormai noto come il feto sia “da subito una Persona e le persone hanno una propria specificità ed unicità che li distingue da sempre e per sempre”. Ciò significa che, almeno potenzialmente, osservare un feto posa risultare meno difficile di quanto sembri, perché vi sono tratti ed elementi di specificità che si connotano come percepibili durante la vita intrauterina. I ritmi di sonno e veglia, le preferenze relative a suoni, posizioni della madre ed esperienze di tocco e di contatto sia con la madre che il padre attraverso la parete addominale, una maggiore o minore “vivacità” legata al numero e al tipo di movimenti in utero...
Creando un clima di ascolto, di empatia e di attenzione, cercando di entrare in sintonia con il feto e usufruendo degli strumenti messi a disposizione dall’Educazione Prenatale è possibile scoprire aspetti e fisionomia psicologica del feto e, di conseguenza, è possibile iniziare l’eterno percorso di costruzione di una relazione, di una comunicazione efficace, di un legame di attaccamento prima pre e, poi, post-natale.
Osservare serve a conoscere. Conoscere è conditio sine qua non per educare.

Conoscere per educare
Rabelais afferma che “Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”. Si tratta di una verità profonda , connessa al significato del termine “educare”, che trova la sua origine etimologica nell’espressione latina “ex-ducere”, la quale indica il “far uscire, tirar fuori”. Educare si configura, quindi, come un’azione maieutica, che tende a fare emergere ciò che è nascosto e che un occhio distratto non riesce a cogliere, perché non sa che c’è.
Ecco perché per educare è necessario conoscere chi si vuole educare; il rischio, come abbiamo visto, è quello dell’educazione inconsapevole.
Avendo quotidianamente a che fare con problematiche educative connesse alla relazione genitori-figli così come a quella educatori-bambini, mi capita spesso di notare come chi intraprende un percorso di crescita e di evoluzione personale possa così seminare in sè i presupposti di una buona possibilità di conoscenza della propria realtà esistenziale personale. Come se partisse per un affascinante viaggio alla scoperta di sè. Il che, almeno in linea generale, può favorire l’acquisizione e l’incremento di abilità connesse alla comprensione anche degli altri. La naturale conclusione di questo iter di vita è desiderare di aiutarsi e, a volte, anche aiutare altri nella scoperta di chi si è e di chi si vuol diventare. Una vera e propria opera educativa, maieutica. Oserei dire: ostetrica.
Qualsiasi genitore che intenda educare realmente il proprio figlio favorendo per lui l’attuazione di un percorso evolutivo il più possibile ricco ed armonico non può e non deve scordare che il primo grande passo da fare è un passo... indietro, per assumere una posizione di ascolto, osservazione, attenzione alla persona che il proprio figlio è. E questo richiede un grande coraggio, perchè si tratta di stravolgere il clichè più diffuso che vede l’adulto competente ed il bambino non-competente. Il coraggio di educare nasce dalla consapevolezza del significato di essere, oggi, figure di riferimento per altre piccole-grandi persone che, a partire dal concepimento iniziano il proprio percorso esistenziale, che potrà trovare aiuto o ostacolo nel proprio dispiegarsi. Un obiettivo realmente educativo è sempre un obiettivo consapevole, meditato, voluto, perseguito con profonda motivazione, sostenuto dall’ascolto del feedback del bambino che con i suoi comportamenti e reazioni può guidare e condurre il nostro agire educativo. A volte, anche, stravolgendolo.

Le radici
Ognuno di noi è stato, a suo tempo, un minuscolo agglomerato di cellule concepito dall’unione di due gameti. Il ricordo di ciò che siamo stati ci riporta alla mente che, esattamente come un piccolo ulivo bonsai, abbiamo dovuto affondare le radici da qualche parte e trarre da esse il sostentamento assorbito dal terreno in cui ci siamo travati im-piantati. Anche noi, quindi, abbiamo avuto delle radici. E grazie ad esse abbiamo potuto iniziare ad esistere.
Le radici più profonde dell’essere umano prendono forma durante la vita intrauterina ed accompagnano la persona per tutta la vita, in modo più manifesto oppure in modo più silente.
Eppure, anche dopo molto tempo, se ben ricercate e sondate con attenzione e pazienza, queste radici possono essere “svasate” ed osservate. Radici profonde rendono possibile la sicurezza e la solidità (quella che Bowlby ha definito “sicurezza di base”); radici inconsistenti oppure troppo aggrovigliate e confuse producono insicurezza, ansia, preoccupazione, rabbia.
Tutte le madri che ho incontrato durante gli anni dedicati agli interventi in ambito di depressione postnatale, così come tutte quelle che continuo ad incontrare ora durante gli incontri di formazione o le consulenze individuali, mostrano un comune desiderio: quello di riuscire ad essere delle buone madri. Alcune di loro non si rendono conto di questo desiderio e si comportano come se il proprio figlio non le riguardasse veramente, ma per ognuna arriva il momento in cui si accorgono che in realtà il loro più profondo desiderio è essere delle brave mamme. Le più fortunate - quelle che hanno alle spalle una vita emotivamente più ricca e feconda – e le più forti - quelle che stanno faticosamente risalendo la china di un’esperienza pregressa difficile e faticosa – desiderano qualcosa di più: offrire al proprio figlio un esordio di vita “sufficientemente buono”, per dirla alla Winnicott. Spostano, cioè, il fulcro dei propri sforzi sul bambino e decentrano da sè il senso dell’esercizio della funzione genitoriale. Il centro di tutto l’agire educativo diviene, cioè, il bambino e non più soltanto la realizzazione di sè come madre.
Questo passaggio sancisce la nascita della consapevolezza di poter essere il “terreno buono” ed insieme il “contenitore adatto” in cui un figlio può affondare le proprie radici. Prima si verifica questo movimento psicologico e relazionale, meglio potranno svilupparsi le radici della nuova persona che è ogni essere umano che viene concepito.

Le ali
Una volta affondate le “radici”, un bambino può trarre nutrimento dal terreno relazionale in cui è impiantato ed avvantaggiarsi di quanto di buono e di bello gli viene così offerto: un ambiente sensibile e responsivo, emotivamente stabile, ricco di stimoli ma rispettoso dei tempi e dei “modi” caratteristici del bambino. Posto che "Vola solo chi osa farlo" non è possibile dimenticare che per osare serve coraggio e, come diceva l'Abbondio di Manzoniana memoria, "uno il coraggio non se lo può dare" ("da solo", aggiungo io). Per cui perchè le ali si possano dispiegare e possano far volare chi le ha, è quantomeno necessario: uno spazio adeguato, un tempo sufficiente a provare e riprovare e l'occasione giusta per tentare il volo. Più, alla fine, un po' di coraggio.
Nessuno di questi elementi può mancare. Lo spazio adeguato è quello che consente il movimento ma che non spalanca d'un colpo l'immensità del tutto alla consapevolezza delle nuove ali. Nè troppo nè troppo poco, dunque, come lo spazio che esiste tra il viso di una donna che allatta il proprio figlio al seno ed il viso del suo piccolo, oppure come lo spazio tra il primo incerto passo di un bambino e le mani di un padre che, senza toccarlo, è abbastanza distante da lasciarlo tentare e abbastanza vicino da sostenerlo se sta per cadere.
Un tempo sufficiente è quello che sa aspettare con pazienza e che sa spronare senza mettere ansia, senza insistere oltre misura. Un tempo che può dilatarsi o contrarsi a seconda dei casi e, soprattutto, a seconda delle persone.
L'occasione giusta: non tutti i momenti sono adatti a spiccare il volo, molti sono gli elementi da considerare: il vento (come le relazioni stabili o instabili), la temperatura (come le relazioni calorose o emotivamente fredde), un temporale in arrivo (come gli eventi critici del sistema familiare)...
Ed infine il coraggio, quel quid che trova la sua possibile origine in tutto ciò che c'è stato di buono nella storia della persona ma che, per esprimersi, necessita dell'esercizio personale della libertà di scelta. Il momento in cui il progetto di vita del singolo intravede la possibilità di esistere. Il momento in cui, ad occhi chiusi, si può passare dalla sicurezza delle solide radici all'ignoto di ciò che è raggiungibile soltanto con le ali.

Educare ad essere
La conclusione di questo contributo, che intende ed ha inteso essere uno spunto di riflessione ed insieme un'occasione per condividere informazioni relative ad alcuni dei molti concetti dell'educare, specialmente rispetto a quelli di educazione consapevole ("aware parenting"), ed inconsapevole, ha la forma di una filastrocca per bambini. Con un significato profondissimo, comprensibile dagli adulti che hanno il diritto ed il dovere di tentare un'educazione consapevole e responsabile nei confronti dei propri figli, dal momento del concepimento in poi. Per permettere la nascita di buone radici e di altrettanto buone ali.

FILASTROCCA DEL BAMBINO FUTURO 

"Sono un bambino, sono il tuo dono 
Prima non c'ero e adesso ci sono 
Sono il domani, dalle tue mani 
Devi difendermi con le tue mani 
Sono il futuro, sono arrivato 
E sono qui perché tu mi hai chiamato 

Come sarà l'orizzonte che tracci 
Dipende da come mi abbracci"


Bruno Tognolini